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I Celti: cosa rivela l’archeologia dietro i cliché

Dietro gli stereotipi guerrieri, gli scavi rivelano città, artigiani e scambi tra regioni. Da Bibracte a Lavau, cosa ci insegna l’archeologia sui Celti.

Torque d’oro ritrovato nella tomba di Vix, di forma circolare aperta con due estremità sferiche, fotografato durante una mostra a Berna nel 2009.
Fonte e licenza dell’immagine
Xuan Che / Wikimedia Commons — CC BY 2.0. Torque de Vix photographié au musée historique de Berne en 2009, image recadrée 16:9. Source : https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Celts_-_gold_torque_(4120473015).jpg ; licence : https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/

Un torque d’oro ritrovato in una tomba, laboratori di lavorazione dei metalli in una città fortificata, oggetti importati dal Mediterraneo: oggi l’archeologia offre un ritratto dei Celti ben diverso. La loro storia non si esaurisce né nella caricatura del guerriero barbaro né nel racconto di un popolo unico che avrebbe occupato tutta l’Europa.

L’uscita, l’8 ottobre 2026, di *Les Celtes. Histoire d'une civilisation* per le edizioni Tallandier è l’occasione per ripercorrere questo cambiamento di prospettiva. Diretto dall’archeologa Anne Lehoërff, il volume collettivo di 544 pagine riunisce una ventina di specialisti europei. L’editore annuncia una panoramica che va dall’VIII secolo prima della nostra era al I secolo della nostra era, illustrata con più di cento documenti e carte. Questo progetto editoriale ne definisce il quadro; sono i siti archeologici a consentire di valutarne concretamente la portata.

Una storia più ampia di quella dei soli Galli

Parlare dei Celti non significa indicare una nazione paragonabile agli Stati attuali. Gli storici si basano su fonti scritte antiche, spesso esterne alle società interessate, ma anche su oggetti, insediamenti, monete e sepolture. Le forme artistiche e le lingue accomunano alcune popolazioni, senza dimostrare che condividessero tutte un governo o un’identità unici.

Il libro diretto da Anne Lehoërff sottolinea l’ampiezza dei contatti, dalle coste atlantiche all’Europa centrale e oltre. Il mondo celtico è una storia di circolazioni e differenze, non un territorio tracciato una volta per tutte su una carta. Questa distinzione è importante anche per capire perché la parola «Galli», usata per indicare popolazioni specifiche, non basti a raccontare l’intera storia.

Bibracte: una città, mestieri e scambi

Sul monte Beuvray, in Borgogna, il museo di Bibracte presenta un caso particolarmente eloquente. Alla fine del II secolo prima della nostra era, in diverse regioni d’Europa compaiono vaste città fortificate, gli oppida. Bibracte, capitale del popolo eduo, fa parte di questo fenomeno.

Gli archeologi vi studiano mura, abitazioni, quartieri artigianali e spazi pubblici. L’organizzazione della città, le attività produttive e gli scambi commerciali sono ben lontani dall’immagine di semplici capanne sparse nella foresta. Il museo ricorda inoltre che la comparsa di città con caratteristiche comuni non dimostra che tutti i loro abitanti avessero una medesima coscienza collettiva.

Bibracte fu abitata per un periodo relativamente breve, circa un secolo. Man mano che la Gallia si trasforma sotto la dominazione romana, gli Edui trasferiscono la loro capitale ad Augustodunum, l’attuale Autun. I resti conservati sotto la foresta permettono oggi di seguire questa evoluzione, dagli insediamenti costruiti in terra e legno alle influenze dell’architettura romana.

Lavau: una tomba che collega la Champagne al Mediterraneo

Le scoperte funerarie completano quelle relative alle città. Vicino a Troyes, a Lavau, un intervento di archeologia preventiva condotto nel 2014-2015 ha portato alla luce una tomba aristocratica celtica risalente a circa 450 prima della nostra era.

Il ministero francese della Cultura descrive un complesso eccezionale: un torque e bracciali d’oro, recipienti di bronzo, armi di ferro e oggetti di ceramica greca. La ricchezza della sepoltura fornisce informazioni su un’élite, ma anche su reti di scambio che collegavano regioni lontane.

Questa scoperta aiuta a capire perché gli oggetti siano importanti quanto i testi antichi. Un vaso di origine mediterranea ritrovato in una tomba della Champagne non significa che un’intera popolazione adottasse la stessa cultura. Dimostra invece che beni, saperi e simboli di prestigio circolavano ben oltre il luogo in cui erano stati prodotti.

La ricerca non si ferma allo scavo: gli oggetti fragili hanno richiesto interventi di conservazione, analisi e restauro. Una mostra presentata a Troyes nel 2026 ne ha illustrato i risultati. È così che la storia avanza: non grazie a un’unica scoperta spettacolare, ma attraverso analisi successive che affinano le interpretazioni.

Un libro per cambiare prospettiva, non per sostituire gli scavi

L’interesse del volume collettivo *Les Celtes. Histoire d'une civilisation* risiede nell’ambizione dichiarata: avvicinare ricerche a lungo disperse tra paesi e discipline diversi. La sua uscita rappresenta un punto di partenza per questo rinnovamento storiografico, non la prova che tutte le questioni siano risolte.

Restano aperti i dibattiti su come definire gli insiemi culturali, sulla circolazione delle lingue e sull’interpretazione di alcuni oggetti. Una fotografia di un torque non racconta, da sola, la società che lo ha prodotto; le planimetrie di una città non spiegano tutti i suoi rapporti politici. Ma le scoperte di Bibracte e Lavau consentono già di lasciarci alle spalle due semplificazioni: i Celti non formavano una nazione unica e le loro società non si riducevano alla guerra.

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