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Ad Aubervilliers, l’omaggio a Pengo Bossio Wangi ha unito il lutto e la paura del razzismo

Il 25 ottobre, il club di MMA di Pengo Bossio Wangi ha riunito una folla ad Aubervilliers. Quattro giorni dopo, il ricordo di un lutto diventato una risposta collettiva al razzismo.

Il municipio di Aubervilliers, punto di partenza della marcia silenziosa del 25 ottobre 2026
Fonte e licenza dell’immagine
Chabe01 — Wikimedia Commons — CC BY-SA 4.0

Quattro giorni dopo la marcia silenziosa del 25 ottobre 2026, l’immagine che resta non è quella di una manifestazione politica ordinaria. Ad Aubervilliers, il club di MMA in cui si allenava Pengo Bossio Wangi ha riunito familiari, compagni di allenamento, abitanti e rappresentanti eletti attorno al giovane di 26 anni, ucciso nell’attacco razzista di Trappes.

L’evento è passato, ma ciò che ha espresso è ancora attuale: un lutto collettivo, la paura di nuove violenze razziste e il bisogno, per una comunità sportiva, di non lasciare che una vittima venga ridotta alle circostanze della sua morte.

Un omaggio organizzato dal suo club

La marcia è partita dal municipio di Aubervilliers su iniziativa dell’Atch Academy, il club di MMA frequentato da Pengo Bossio Wangi. Il corteo ha poi attraversato la città in un’atmosfera raccolta.

Le stime variano a seconda dei media. France Inter parla di diverse centinaia di partecipanti, mentre Le Parisien stima la partecipazione a oltre un migliaio di persone. In assenza di un conteggio ufficiale riportato in questi resoconti, il dato esatto va presentato come una stima.

Ciò che invece non è in discussione è il ruolo assunto dal club. I suoi compagni di allenamento hanno dato vita all’omaggio e promesso di dedicare le prossime vittorie a colui che frequentavano ogni giorno. Questo gesto non trasforma la marcia in un racconto sportivo: mostra come un’associazione locale diventi, in un momento di violenza, uno spazio di sostegno e memoria.

La paura espressa ad alta voce

Diverse testimonianze raccolte durante la marcia non parlano soltanto di tristezza. Esprimono anche una preoccupazione molto concreta. Prisca, arrivata con una bandiera francese, riassume questa paura in una frase riportata da France Inter: «Non è normale avere paura di vivere».

Un’altra partecipante, Mora, si interroga sulla possibilità che ci sia una nuova vittima. Queste parole restano quelle di persone presenti quel giorno; da sole non bastano a misurare lo stato d’animo di un’intera popolazione. Tuttavia, fanno luce sul significato attribuito alla manifestazione da una parte del corteo: rendere omaggio a Pengo Bossio Wangi, ma anche rifiutare che il razzismo omicida venga trattato come un fatto isolato, privo di conseguenze collettive.

Questa preoccupazione è andata oltre Aubervilliers. Nei giorni successivi all’attacco, si sono svolte manifestazioni in diverse città francesi. Le Monde ha rilevato una stessa commistione di rabbia e raccoglimento, con interpretazioni politiche a volte divergenti. Ad Aubervilliers, l’iniziativa è rimasta innanzitutto radicata nella cerchia familiare, amicale e sportiva della vittima.

Mettere la persona al centro

Un omaggio pubblico può rapidamente far scomparire la persona che intende onorare, dietro slogan o scontri politici. Le testimonianze dei suoi cari riportano invece Pengo Bossio Wangi a una presenza familiare: un compagno di sport, un amico descritto come gioviale, qualcuno che si incontrava agli allenamenti.

Questa attenzione è essenziale. Evita di ridurre un uomo al suo status di vittima e ricorda che la violenza ha interrotto una vita, relazioni e progetti. Permette anche di capire perché il club abbia avuto un ruolo così visibile: i legami creati dagli allenamenti regolari hanno offerto un luogo immediato in cui ritrovarsi, marciare e sostenere i familiari.

Una marcia ormai passata, una domanda che resta

La marcia del 25 ottobre non è più un appuntamento da annunciare. Fa ormai parte del racconto delle reazioni all’attacco di Trappes. Raccontarla al passato è dunque una necessità dettata tanto dall’attualità quanto dall’esattezza.

Il suo interesse, quattro giorni dopo, sta in ciò che rivela: di fronte a una violenza razzista, la risposta non viene soltanto dalle istituzioni o dai partiti. Passa anche attraverso luoghi della vita quotidiana — in questo caso un club di MMA — capaci di riunire persone legate alla vittima e di aprire uno spazio di parola a chi esprime la propria paura.

La procedura giudiziaria segue il proprio calendario e non va confusa con questo tempo del lutto. L’omaggio di Aubervilliers non ne offre né la conclusione né la spiegazione. Documenta un’altra realtà: il modo in cui una città e una comunità sportiva hanno scelto, una domenica d’ottobre, di non lasciare che Pengo Bossio Wangi scomparisse dietro il solo nome dell’attacco che lo ha ucciso.

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