Il giorno dopo le commemorazioni per Pengo Bossio Wangi, ucciso il 23 ottobre a Trappes, Audrey Pulvar pone al centro del dibattito il trattamento mediatico. L’ex giornalista, oggi vicesindaca di Parigi, rimprovera ad alcuni media di minimizzare la natura razzista e terroristica dell’attacco. Il suo intervento solleva una questione precisa: come definire fatti gravi senza trasformare un’accusa politica in una conclusione giudiziaria?
Un bilancio ufficiale aggiornato il 27 ottobre
Nel resoconto della seduta del 27 ottobre, la presidente dell’Assemblea nazionale definisce i fatti un «attentato terroristico a carattere razzista». Riferisce della morte di Pengo Bossio Wangi, 26 anni, e di sette persone ferite, quattro delle quali in modo grave. Altre otto persone prese di mira dagli spari non hanno riportato ferite fisiche. Il testo menziona anche 128 proiettili ritrovati.
Questo bilancio, più recente di quello della bozza iniziale, sostituisce la cifra di cinque feriti diffusa nelle prime ore. L’indagine della Procura nazionale antiterrorismo riguarda in particolare omicidi e tentati omicidi in relazione a un’impresa terroristica, con l’aggravante legata al carattere razzista dei fatti. Questa qualificazione descrive il quadro dell’indagine; non sostituisce una sentenza definitiva sulla responsabilità penale del sospettato.
Le critiche di Audrey Pulvar ai media
Il 26 ottobre, Audrey Pulvar aveva già criticato su Instagram le espressioni usate in diversi articoli e giornali. Secondo il resoconto pubblicato da Puremédias, contestava in particolare che l’attacco fosse stato classificato tra i fatti di cronaca e giudicava troppo prudenti alcune formulazioni usate per indicare il presunto autore.
La sua critica riguarda quindi due scelte editoriali: la rubrica in cui viene presentato l’evento e il lessico usato per definire i fatti. Occorre tuttavia distinguere la qualificazione dell’attacco, adottata dalle autorità e dalla Procura antiterrorismo, dalla colpevolezza di una persona. I termini «sospettato» o «indagato» non negano la gravità dei fatti: tutelano la presunzione d’innocenza finché non viene pronunciata una decisione definitiva.
Un appello politico, non una dimostrazione causale
Audrey Pulvar figura tra i firmatari di un appello collettivo pubblicato da Politis il 27 ottobre. Il testo invita a rifiutare il silenzio e l’indifferenza e accusa una parte del mondo politico e mediatico di aver banalizzato i discorsi razzisti. L’elenco riunisce più di un centinaio di personalità della cultura, dei media e dello sport.
L’appello afferma l’esistenza di un legame tra la diffusione di questi discorsi e il passaggio all’azione. Le tre fonti consultate attestano l’esistenza di questa accusa e del dibattito che suscita; da sole, non dimostrano una catena causale tra una trasmissione specifica e l’attentato. Puremédias riferisce inoltre che anche i sindacati SNJ e CGT di RMC-BFM hanno lanciato un allarme ai propri dirigenti, mentre BFMTV ha respinto accuse che ritiene infondate e ha difeso il pluralismo della propria emittente.
La questione editoriale non è dunque scegliere tra prudenza giuridica e precisione. Si tratta di tenere insieme entrambe: definire il carattere terroristico e razzista riconosciuto nell’ambito dell’indagine, attribuire chiaramente le critiche rivolte ai media e non presentare una responsabilità politica o mediatica oggetto di dibattito come un fatto già accertato dalla giustizia.






