Una palma può essere ben visibile lungo una passeggiata e quasi assente nel suo ambiente d’origine. Questa differenza cambia il modo di guardare una pianta spesso ridotta a una sagoma da vacanza. Il numero di esemplari coltivati non dice quante popolazioni selvatiche sopravvivano, né se riescano ancora a rinnovarsi.
La mostra «Autunno tropicale – Palme, tesori e segreti», in programma fino al 23 novembre 2026 nelle Grandi Serre del Jardin des Plantes di Parigi, offre un punto di partenza per esplorare questa diversità. Dietro le grandi foglie si celano storie ecologiche molto diverse. Per capire le minacce, bisogna passare dallo scenario alla specie, e poi dalla specie al territorio che occupa realmente.
Una sagoma familiare, ambienti molto diversi
Il Muséum national d’histoire naturelle presenta le palme attraverso la loro morfologia, i loro habitat, la loro storia e i loro usi. Queste monocotiledoni sviluppano, tra l’altro, uno stipite, spesso scambiato per un tronco. Il percorso ricorda il loro ruolo alimentare, artigianale e culturale, ma anche le risorse che offrono ad altri organismi.
Questa diversità impedisce di parlare della «palma» come se fosse un’unica specie, che reagisce ovunque allo stesso modo. Una pianta curata in una serra o in un giardino e una popolazione insediata in una foresta non vivono nelle stesse condizioni. Osservare che la prima cresce non basta per concludere che la seconda sia al sicuro. L’indicatore corretto dipende dalla domanda: si vuole sapere se una pianta sopravvive o se una popolazione ha ancora un futuro nel proprio habitat?
Il Madagascar mostra cosa si cela dietro un dato sulle minacce
Uno studio di Mijoro Rakotoarinivo e dei suoi colleghi, pubblicato nel 2014 su PLOS ONE, offre un esempio particolarmente documentato. Analizzava le valutazioni di 192 specie di palme endemiche del Madagascar, cioè presenti naturalmente solo su quest’isola. Le valutazioni erano state pubblicate nella Lista Rossa dell’UICN nel 2012.
Il dato spesso citato è che l’83 % delle specie è minacciato. Ma non corrisponde né alla quota di singole palme morte, né a una previsione di estinzione entro un termine stabilito. Si tratta della stima centrale della percentuale di specie esposte a un rischio di estinzione, con una considerazione esplicita di quelle per le quali le conoscenze erano insufficienti.
Gli autori disponevano di dati sufficienti per 179 specie; 149 erano classificate nelle categorie vulnerabile, in pericolo o in pericolo critico. Per altre tredici mancavano informazioni. A seconda di come si teneva conto di queste incognite, la percentuale stimata variava dal 78 all’84 %. Il risultato dell’83 % presupponeva che le specie poco conosciute fossero minacciate nella stessa proporzione di quelle valutabili. Questi risultati storici fanno luce su un metodo e su una situazione; non costituiscono un nuovo censimento realizzato nel 2026.
Il problema spesso comincia dall’habitat
Lo studio si basava su 2 160 osservazioni ed esemplari geolocalizzati, raccolti tra il 1834 e il 2010, nonché su ricerche sul campo. Gran parte delle palme del Madagascar dipendeva dalle foreste umide. Degradare o frammentare queste foreste poteva ridurre la sopravvivenza delle piante e l’insediamento di nuove generazioni.
Si sommavano due meccanismi. Il primo riguardava la trasformazione dell’ambiente, in particolare per l’agricoltura. Il secondo era lo sfruttamento diretto di alcune piante: materiali da costruzione, cuore di palma o prelievi destinati al commercio orticolo. Gli autori distinguevano queste pressioni, invece di ricondurle a un’unica causa.
Questa precisazione è utile di fronte a spiegazioni troppo sbrigative. Il cambiamento climatico fa parte delle questioni legate alla conservazione, ma da solo non spiega tutte le minacce documentate per ogni popolazione. In questo studio sul Madagascar, la perdita di habitat e gli usi delle risorse biologiche erano in primo piano. Proteggere le palme richiede quindi anche di comprendere le esigenze degli abitanti e il modo in cui vengono prelevate le risorse.
Conoscere meglio una specie può cambiarne la classificazione
Un altro risultato meno intuitivo: un miglioramento dello status ufficiale non significa necessariamente che la situazione sul campo sia migliorata. Confrontando le valutazioni del 1995 e del 2012, i ricercatori rilevavano diversi cambiamenti dovuti a una migliore conoscenza delle popolazioni e della loro distribuzione.
Una specie che si riteneva limitata a un luogo può essere ritrovata altrove. Il suo rischio viene allora rivalutato, senza che tra i due studi sia cresciuta una nuova foresta. Al contrario, una specie descritta di recente può risultare subito molto minacciata, perché è nota solo in un territorio ristretto.
Per leggere una tendenza occorre quindi considerare il metodo, le date e le specie incluse. Sommare categorie provenienti da due inventari diversi può dare l’illusione di un progresso o di un crollo. Lo studio segnalava anche effettivi peggioramenti, legati alla deforestazione e allo sfruttamento eccessivo: riconoscere l’effetto delle conoscenze non significa negare le perdite reali.
Cosa può offrire l’intelligenza artificiale
Su scala mondiale, una ricerca presentata dai Royal Botanic Gardens di Kew nel settembre 2022 combinava valutazioni esistenti e previsioni basate sull’apprendimento automatico. Produceva informazioni sul rischio per 1 889 specie, ovvero circa tre quarti della famiglia. Tra queste, il 56 % potrebbe essere minacciato.
Questo risultato non è una nuova Lista Rossa interamente verificata sul campo. La modellizzazione aiuta a individuare le priorità in un insieme ancora poco documentato. Kew precisava che 620 specie erano state escluse per mancanza di dati e che le previsioni relative ad altre 663 si basavano su poche informazioni. Lo strumento orienta la ricerca, ma non elimina le lacune.
Una riserva segnata su una mappa non basta
Lo studio sul Madagascar sottolineava l’importanza dell’ampliamento delle aree protette, mostrando al contempo che alcune specie restavano al di fuori dei loro confini e che le minacce persistevano al loro interno. La protezione giuridica di un’area e l’efficacia della sua conservazione sono due aspetti da verificare separatamente.
La questione si legge allora in modo diverso: preservare i luoghi in cui le popolazioni possono mantenersi, seguirne l’evoluzione e coinvolgere le comunità che utilizzano queste piante. Una collezione botanica può mostrare questa ricchezza. Per sapere se sopravviverà in natura, bisogna anche guardare a ciò che accade lontano dalle serre, nei frammenti di foresta in cui le palme vivono e si riproducono.
Fotografia illustrativa: palme e vegetazione tropicale sull’isola di Bohol, nelle Filippine. Credito: Vyacheslav Argenberg / Wikimedia Commons — CC BY 4.0.






