Un minuscolo punto rosso, individuato a quasi 11,8 miliardi di anni luce, emette raggi X là dove gli astronomi si aspettavano piuttosto il silenzio. Questa eccezione osservata dai telescopi Chandra e Webb potrebbe fare luce sulla natura dei «little red dots», oggetti molto lontani emersi dalle osservazioni dell’Universo primordiale. Non basta a dirimere il dibattito, ma fornisce un indizio su ciò che potrebbe celarsi dietro la loro luce rossa.
Una famiglia rivelata da Webb
Dall’inizio delle osservazioni scientifiche del telescopio spaziale James Webb, gli astronomi individuano piccoli oggetti rossi a distanze enormi. La loro luce ha viaggiato per circa 12 miliardi di anni o più prima di raggiungerci. Queste sorgenti sono state soprannominate «little red dots», ovvero «piccoli punti rossi».
Il loro aspetto non rivela direttamente che cosa siano. Il colore osservato in un’immagine dipende dalla luce ricevuta dallo strumento e dal modo in cui viene rappresentata; non equivale a una fotografia a colori dell’oggetto così come lo vedrebbe l’occhio umano. Per comprendere queste sorgenti, i gruppi di ricerca combinano osservazioni a diverse lunghezze d’onda e ne studiano, tra le altre cose, lo spettro, cioè la distribuzione della luce in funzione della lunghezza d’onda.
Una delle spiegazioni discusse è quella dei buchi neri supermassicci in crescita, avvolti da spessi involucri di gas. Un buco nero non è visibile di per sé: è soprattutto la materia che gli cade addosso e si riscalda a poter produrre una radiazione rilevabile. Se una nube di gas densa circonda questa regione, può schermare parte dei segnali ultravioletti e dei raggi X che gli astronomi utilizzano di solito per riconoscere un buco nero attivo.
Questo scenario, talvolta descritto come quello di una «stella-buco nero», potrebbe spiegare perché alcuni punti rossi assomiglino ad atmosfere stellari pur ospitando un oggetto compatto ed energetico. Tuttavia, l’assenza di raggi X rilevati in molti casi non costituisce, da sola, una prova a favore di questa interpretazione: la radiazione potrebbe essere assorbita o troppo debole per le osservazioni disponibili.
L’eccezione scovata negli archivi di Chandra
L’oggetto al centro del nuovo studio ha il nome ufficiale di 3DHST-AEGIS-12014. Si trova a circa 11,8 miliardi di anni luce e presenta diversi tratti associati ai piccoli punti rossi: è compatto, rosso e molto distante. La sua particolarità è che emette anche raggi X, a differenza della maggior parte degli oggetti di questa famiglia noti finora.
Questa sorgente non è stata rivelata da una nuova missione. Era presente da oltre dieci anni nei dati di un’indagine profonda dell’osservatorio Chandra, specializzato nei raggi X. In seguito, le osservazioni di Webb hanno permesso di individuare meglio l’oggetto e di caratterizzarlo. La combinazione dei due osservatori è decisiva: Webb aiuta a esaminare la luce infrarossa delle sorgenti dell’Universo primordiale, mentre Chandra rileva radiazioni ad alta energia che possono segnalare la presenza di materia riscaldata in prossimità di un buco nero.
La scoperta mette così in luce un limite pratico dell’osservazione astronomica: un archivio può contenere un oggetto straordinario senza che la sua importanza sia immediatamente evidente. Una misurazione assume un significato diverso quando la si confronta con nuovi dati, con un’altra lunghezza d’onda o con una domanda scientifica che ancora non era stata formulata.
Una breccia nel velo o un’altra spiegazione
I ricercatori ipotizzano che l’oggetto sia un piccolo punto rosso in fase di transizione. Secondo questa interpretazione, il buco nero consumerebbe progressivamente il gas che lo circonda. Le zone meno dense della nube lascerebbero allora passare una parte dei raggi X prodotti vicino al buco nero. Col tempo, il velo di gas potrebbe dissiparsi e lasciare apparire un buco nero supermassiccio in crescita, più simile a quelli osservati in altre galassie.
I dati di Chandra mostrano anche indizi di variazioni della luminosità nei raggi X. Sono compatibili con una nube irregolare: quando regioni con densità diverse passano davanti alla sorgente, la quantità di radiazione che ci raggiunge può cambiare. Questa variabilità avvalora l’ipotesi di un oggetto parzialmente schermato, senza dimostrare da sola che lo scenario della transizione sia quello corretto.
Resta aperta un’altra possibilità: potrebbe trattarsi di un tipo più comune di buco nero in crescita, nascosto dietro una polvere insolita. I ricercatori non presentano quindi questo oggetto come la soluzione definitiva dell’enigma. È un caso singolare, potenzialmente utile per collegare due categorie di oggetti, la cui natura esatta deve ancora essere stabilita.
Due scoperte, due livelli di prova
I piccoli punti rossi non costituiscono necessariamente una popolazione omogenea. Nel novembre 2025, l’Agenzia spaziale europea ha annunciato che il telescopio Webb aveva individuato segni di un buco nero in accrescimento nella galassia CANUCS-LRD-z8.6, osservata com’era circa 570 milioni di anni dopo il Big Bang. Lo spettrografo NIRSpec ha misurato caratteristiche della luce che indicano la presenza di gas fortemente ionizzato e di una rapida rotazione attorno a una sorgente centrale, indizi compatibili con un buco nero in crescita.
Questo risultato riguarda un oggetto specifico e si basa su osservazioni spettroscopiche. Non conferma automaticamente lo scenario proposto per 3DHST-AEGIS-12014, né dimostra che tutti i piccoli punti rossi siano buchi neri. I due casi apportano elementi diversi: uno mostra segni di accrescimento in una galassia molto antica; l’altro associa l’aspetto di un piccolo punto rosso a un’emissione di raggi X e a variazioni che potrebbero rivelare un velo di gas con delle lacune.
Le future osservazioni previste per l’oggetto rilevato da Chandra dovrebbero aiutare a distinguere tra le diverse ipotesi. Potranno precisare la natura della sorgente e il modo in cui la sua radiazione viene schermata. Per gli astronomi, la posta in gioco va oltre un singolo punto rosso: capire se questi oggetti testimonino una fase particolare della crescita dei buchi neri e in che modo tale crescita si intrecci con quella delle prime galassie.
Riferimenti
- NASA, «NASA Connects Little Red Dots with Chandra, Webb»
- ESA/Webb, «Webb witnesses a feasting supermassive black hole in the early Universe»
Mosaico di «little red dots» e galassie vicine in falsi colori, tratto da uno studio del 2024. Questi esempi sono distinti dall’oggetto 3DHST-AEGIS-12014.
Crediti: Jorryt Matthee e collaboratori — Wikimedia Commons — CC BY 4.0.






