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In Madagascar, collegare le foreste non basta: bisogna ripristinare l’habitat

Nell’est del Madagascar, un corridoio forestale punta a ricollegare due aree protette. Le prime piantumazioni e le osservazioni dei lemuri sono incoraggianti, ma non dimostrano ancora il ripristino duraturo dell’habitat.

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Un indri tra la vegetazione in Madagascar, a illustrazione della conservazione dei lemuri.
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Andrianarivelo Rotsy Fitiavana — Wikimedia Commons — CC0 1.0

Collegare due foreste può riaprire un passaggio per la fauna, ma un corridoio non diventa per questo una foresta matura. Nell’est del Madagascar, un progetto tra il parco nazionale di Andasibe-Mantadia e la riserva speciale di Analamazaotra combina la piantumazione di specie autoctone, il monitoraggio ecologico e iniziative locali. I primi dati e le prime osservazioni sono incoraggianti, ma non dimostrano ancora il ripristino duraturo dell’habitat.

Un paesaggio forestale frammentato dagli anni 1960

Le due aree protette ospitano circa una dozzina di specie di lemuri, oltre a una grande varietà di altri animali e piante. La foresta che le collegava è stata frammentata negli anni 1960, quando alcune zone sono state disboscate per l’agricoltura e i pascoli. Tra i frammenti forestali, i terreni degradati ostacolano gli spostamenti della fauna e riducono la continuità dell’habitat.

Il progetto del corridoio, avviato nel 2023, punta a ripristinare 150 ettari di foresta autoctona. Questa superficie è un obiettivo, non un risultato già raggiunto. Secondo il reportage di Mongabay pubblicato nell’aprile 2026, sono state piantate oltre 100 specie di alberi autoctoni su 70 ettari. I semi provengono dalle foreste vicine, in particolare dai parchi e dalle foreste comunitarie situati nelle vicinanze.

La varietà delle specie piantate è importante: ripristinare un ambiente non significa soltanto coprire il suolo di alberi. Le essenze scelte devono poter attecchire nelle condizioni locali e, col tempo, contribuire a fornire alla fauna risorse e strutture utili. Secondo i responsabili del progetto, alcune delle specie piantate sono preferite dai lemuri. Ma la presenza di alberi giovani non basta a ricreare le molteplici funzioni di una foresta antica.

Cosa mostrano — e cosa non mostrano — i primi monitoraggi

Il monitoraggio ecologico descritto nel reportage si concentra su un’area di studio di 30 ettari. Vi sono tra 1 200 e 1 500 piante per ettaro. Metà dell’area è stata piantata con esemplari coltivati in un terreno inoculato con micorrize, funghi associati alle radici che possono favorire la crescita delle piante.

La squadra sul campo ispeziona una volta alla settimana ogni ettaro di quest’area. Rileva, tra le altre cose, l’identità delle piante, la data di piantumazione, la crescita e la mortalità osservata. I partner del progetto riferiscono un tasso di mortalità delle piante di circa il 4 % nell’area studiata. Diverse piante avrebbero raggiunto circa due metri nei loro primi anni.

Questi risultati riguardano un’area e una fase specifiche del ripristino. Da soli non descrivono né tutti i 70 ettari piantumati, né il futuro stato ecologico dei 150 ettari previsti. Un basso tasso di mortalità delle piante è un indicatore del loro attecchimento, non una misura completa della qualità dell’habitat o dell’evoluzione delle popolazioni animali.

Uno specialista esterno al progetto, citato da Mongabay, giudica promettenti i risultati e ritiene che l’inoculazione con micorrize potrebbe essere uno dei fattori favorevoli. Non la identifica come una causa certa. La distinzione è importante: la crescita osservata può dipendere da diverse condizioni e il monitoraggio dovrà proseguire per chiarire l’evoluzione del corridoio.

Lemuri presenti in un ambiente ancora giovane

I responsabili del progetto segnalano la visita di una famiglia di lemuri bambù grigi orientali (Hapalemur griseus). Dispositivi di monitoraggio bioacustico hanno inoltre registrato le vocalizzazioni ultrasoniche del microcebo di Goodman (Microcebus lehilahytsara), un piccolo lemure notturno. Secondo i responsabili, nei due anni successivi all’inizio delle piantumazioni questa specie sembra vivere nel corridoio.

Queste osservazioni suggeriscono che i lemuri utilizzino già l’area. Non dimostrano che tutte le specie possano spostarsi, nutrirsi o riprodursi qui nel lungo periodo. Lo specialista indipendente citato nel reportage sottolinea che le specie di piccole dimensioni possono sfruttare le foreste giovani, mentre quelle più grandi potrebbero dover attendere la maturazione degli alberi. I tempi necessari e le condizioni precise non sono stabiliti dalle informazioni disponibili.

Il termine «corridoio» descrive quindi una funzione attesa — facilitare gli spostamenti tra habitat — piuttosto che un risultato ecologico già acquisito. Per verificare questa funzione, occorre osservare come evolve l’ambiente e quali animali lo utilizzano, distinguendo una presenza occasionale da una frequentazione regolare. La durata del monitoraggio sarà determinante, tanto più che i partner dichiarano di volerlo proseguire dopo la fine delle piantumazioni, prevista per dicembre 2027.

Ripristinare significa anche gestire le pressioni del luogo

L’area non è uno spazio incontaminato da ripiantare. Il reportage segnala un’antica piantagione di eucalipti, introdotti per produrre carbone, e la presenza di piante invasive. Gli eucalipti possono rallentare la crescita delle specie autoctone; i partner stanno studiando come rimuoverli gradualmente, limitando gli effetti sull’ambiente e i costi. Stanno inoltre esplorando una collaborazione con gli allevatori per gestire localmente una pianta introdotta come foraggio.

Il ripristino deve tenere conto anche delle interazioni tra animali e vegetazione. I lemuri disperdono i semi mangiando i frutti, ma questa relazione non favorisce necessariamente la foresta autoctona in tutte le situazioni. Un altro articolo di Mongabay descrive il caso della guava fragola (Psidium cattleyanum), originaria del Brasile: quando i suoi frutti sono disponibili, i lemuri possono preferirli ai frutti autoctoni e contribuire a disperderne i semi. Questo invita a monitorare le specie vegetali che attecchiscono, invece di considerare benefica per il ripristino qualsiasi dispersione operata dalla fauna.

Anche le attività umane fanno parte dello stesso paesaggio. Il progetto coinvolge organizzazioni per la conservazione e attori locali; il reportage indica che gli abitanti svolgono lavori legati alla raccolta dei semi, ai vivai, alla piantumazione e al monitoraggio. I partner citano inoltre l’ecoturismo, l’istruzione e l’accesso alle cure tra le iniziative realizzate o previste. Queste iniziative sono presentate come strumenti per sostenere la conservazione e le condizioni di vita locali, ma gli effetti a lungo termine non sono ancora stati misurati sulla base degli elementi riportati.

Un corridoio non sostituisce la foresta antica

Il progetto mira a ricostruire la continuità tra due aree protette, ma i responsabili ricordano che una foresta ripristinata non sostituisce un ecosistema primario intatto. Questa distinzione definisce la portata della sfida: piantare e monitorare un corridoio può contribuire a ricollegare frammenti e offrire un habitat in formazione; preservare le foreste antiche resta essenziale per la biodiversità del Madagascar.

La questione, quindi, non si riduce al numero di ettari piantumati. Riguarda anche le specie che vi si insediano, la maturazione della vegetazione, la gestione delle piante introdotte e la continuità delle attività umane. Le osservazioni attuali forniscono i primi punti di riferimento. Sarà il monitoraggio nel tempo, e non il solo annuncio di una piantumazione, a permettere di capire se il passaggio diventerà un habitat funzionale per un maggior numero di forme di vita.

Il Lemur Conservation Network indica che la Giornata mondiale dei lemuri cade l’ultimo venerdì di ottobre, ovvero il 30 ottobre nel 2026. Al di là di questa giornata di sensibilizzazione, il ripristino degli habitat si sviluppa nell’arco di diversi anni.

Riferimenti

Fotografia: Andrianarivelo Rotsy Fitiavana — Wikimedia Commons — CC0 1.0.

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