Prima dei lupi bianchi dell’Artico e del leopardo delle nevi del Tibet, c’è un capriolo fotografato nei Vosgi. Vincent Munier ha dodici anni quando realizza questo primo scatto, durante un appostamento. È qui che inizia a delinearsi una costante del suo lavoro: il lontano attira l’obiettivo, ma lo sguardo si forma anche nella foresta familiare.
Fotografo e cineasta nato a Épinal nel 1976, Munier ha dedicato libri e immagini ad animali che vivono in ambienti molto diversi. La sua monografia, pubblicata nel 2023 dalle edizioni Kobalann, permette di cogliere l’ampiezza del suo lavoro: 320 immagini selezionate nell’arco di 35 anni di fotografia. Ma la coerenza di quest’opera non dipende soltanto dalle specie rare che mostra. Si gioca nel modo in cui le fa apparire, spesso sul confine della visibilità.
Un primo sguardo nei Vosgi
Il racconto biografico di Vincent Munier colloca la sua formazione nei Vosgi, dove suo padre Michel gli trasmette gesti da campeggiatore e un modo di avvicinarsi alla foresta senza turbare ciò che vi vive. A dodici anni, nascosto sotto un telo mimetico, fotografa un capriolo. Lo scatto segna l’inizio di un percorso, ma anche di un rapporto con l’appostamento: aspettare, osservare e lasciare all’animale la sua distanza.
Qui il termine «appostamento» indica un punto di osservazione in cui il fotografo si nasconde per non attirare l’attenzione della fauna. Non è soltanto una tecnica per ottenere un’immagine. È una condizione dell’incontro fotografico: non si chiede all’animale di recitare una parte davanti all’obiettivo. Il fotografo deve adeguare il proprio comportamento e accettare che il momento decisivo a volte gli sfugga.
I Vosgi restano il punto di riferimento di questa storia, anche quando le immagini provengono da regioni lontane. Nella sua biografia, Munier descrive un percorso che tocca, tra l’altro, le gru del Giappone, i lupi dell’Artico canadese, gli orsi della Kamčatka e il leopardo delle nevi dell’altopiano tibetano. Il massiccio in cui è nato non è dunque un semplice scenario d’infanzia da abbandonare in favore di destinazioni più spettacolari. Resta il luogo da cui prende forma uno sguardo, e a cui Munier ritorna.
Quando la nebbia diventa una forma
Nelle immagini di Munier, le condizioni meteorologiche contribuiscono alla composizione. La neve, la pioggia, la nebbia o la bufera velano i paesaggi e talvolta riducono gli animali a una sagoma. Questo linguaggio visivo, che la sua biografia riconduce in particolare alle stampe giapponesi e all’arte minimalista, sposta l’attenzione: invece di mostrare ogni dettaglio, organizza ciò che resta visibile e ciò che sfugge.
La nebbia non è soltanto un effetto atmosferico. Può assegnare all’animale una posizione incerta nello spazio: appare, scompare o quasi si confonde con il paesaggio. Lo spettatore deve allora osservare più a lungo per distinguere una forma. Questa scelta visiva richiama l’esperienza stessa dell’osservazione della fauna, in cui la presenza non è sempre immediatamente riconoscibile.
C’è una differenza tra mostrare un animale e far percepire le condizioni in cui appare. Una fotografia nitida e ravvicinata può offrire una profusione di dettagli; una sagoma nella neve porta a soffermarsi maggiormente sull’insieme dell’ambiente. Per Munier, il paesaggio non è uno sfondo intercambiabile. Inquadra la presenza animale e contribuisce a ciò che l’immagine permette di comprendere, senza per questo trasformare una fotografia in una trattazione scientifica.
Spedizioni senza perdere il filo della vita selvatica
Alcune tappe del suo percorso assumono la forma di lunghe ricerche. Nel 2013, Munier trascorre un mese da solo sull’isola di Ellesmere, nell’Artico canadese, a 80 gradi di latitudine nord. Un branco di nove lupi bianchi gli si avvicina; questi animali saranno al centro del libro «Artico», uscito nel 2015. In seguito fotografa il leopardo delle nevi sull’altopiano tibetano, protagonista di libri e del film «Il leopardo delle nevi», codiretto con Marie Amiguet e uscito nel 2021.
Questi luoghi conferiscono all’opera una dimensione esplorativa, ma l’obiettivo artistico va oltre l’inventario delle destinazioni. Le lunghe attese e la ricerca della discrezione, messe in evidenza nella sua biografia, sono anche condizioni di lavoro: bisogna adattarsi all’ambiente e a un incontro che non è interamente controllabile. L’immagine finale può sembrare silenziosa; è il risultato del tempo trascorso a cercare, osservare e aspettare.
Questo modo di lavorare invita a guardare gli animali diversamente, non come soggetti isolati e separati dal loro habitat. Da solo, non permette di dedurre lo stato di una popolazione o la salute di un ecosistema: una fotografia testimonia una presenza e un istante, non un monitoraggio ecologico completo. Può però spostare l’attenzione verso gli ambienti da cui dipende quella presenza e verso la parte di natura selvaggia che continua a sfuggire al nostro controllo.
Una monografia da percorrere nel suo insieme
«Vincent Munier, la monografia», pubblicata nel 2023, raccoglie 320 fotografie in 384 pagine. Il volume comprende due testi personali di Munier, uno all’inizio e l’altro alla fine, oltre a una postfazione di Sylvain Tesson. L’editore annuncia l’uso di due carte distinte, una destinata alle immagini e l’altra alla parte testuale, e una stampa realizzata in Francia. Queste scelte materiali fanno del libro un volume di grande formato, che pesa tre chilogrammi.
La quantità di immagini offre l’occasione di confrontare diversi modi di far apparire la vita selvatica, anziché soffermarsi su un solo animale emblematico. La biografia di Munier descrive, da un territorio all’altro, motivi ricorrenti: la nebbia, le sagome e le lunghe attese. Questa continuità aiuta a capire perché i Vosgi restino centrali nel suo percorso: sono meno un soggetto tra tanti che il primo terreno in cui ha imparato a esercitare un’attenzione poi estesa a tutto il mondo.
Per chi scopre il lavoro di Munier, questo filo è un buon punto di partenza. Aiuta a non ridurre le immagini al loro potere di suscitare fascinazione davanti a specie difficili da osservare. Dietro l’animale intravisto ci sono una scelta d’inquadratura, un ambiente e una durata. Qui, imparare a guardare la natura selvaggia significa anche accettare che un’immagine non riveli tutto.
Riferimenti
- Biografia di Vincent Munier, sito ufficiale
- «Vincent Munier, la monografia», edizioni Kobalann
- France Inter, Vincent Munier e i Vosgi
Vincent Munier al festival del cinema di Zurigo nel 2025.
Crediti: Quejaytee — Wikimedia Commons — CC BY 4.0.






